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La Casa-Museo di Antonino Uccello

 
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Palazzolo Acreide (Siracusa) fa parte dei Borghi più belli d’Italia e delle 8 Città tardo barocche del Val di Noto, inserite nella prestigiosa World Heritage List UNESCO, la Lista dei siti patrimonio dell’Umanità.
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La città di Palazzolo Acreide: 3000 anni di storia tra Siculi, Greci, Romani, Bizantini, Arabi, Normanni. Barocco e Liberty
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Sito informativo sull'etnoantropologo Antonino Uccello e visita virtuale della Casa-museo di Palazzolo Acreide (SR)
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Sito informativo sull'etnoantropologo Antonino Uccello e visita virtuale della Casa-museo di Palazzolo Acreide (SR)
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Le otto città tardo barocche del Val di Noto inserite nella World Heritage List Unesco

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prima  della chiusura del 1979

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Il lavoro contadino

Il trappeto
Il trappitu, cioè frantoio per le ulive: sul fondo c'è una base a tamburo, in muratura intorno alla quale girava il mulo che trascinava la macina per frantumare le ulive.

Il trappeto

Dalla Stalla si accede al frantoio o trappeto (u trappitu): qui si frangevano le olive con un sistema arcaico direttamente mutuato dai Greci e dai Romani. Il frantoio della Casa Museo è stato attivo fino agli anni ’50. Le olive venivano stipate in un angolo, detto camino, e quindi macinate sotto la pesante macina, mola, che girava trainata da un asino, bendato affinché non soffrisse di capogiro. Il “mastro di pala”, responsabile del lavoro del frantoio, provvedeva a girare e rigirare la pasta franta delle olive sotto la pesantissima macina di pietra lavica di Buccheri, e a collocarla dentro ceste di giunco (si ncoffava). Indi si pressava sotto il torchio di legno di quercia (cuonzu) costituito da due viti senza fine o pilieri, attorno a cui si avvitavano due madreviti o scufini, che nel loro moto trascinavano in alto o in basso la pressa di legno, cianca suprana. Scendendo la pressa comprimeva le ceste ripiene di pasta olearia, che così pressata emetteva il liquido che si versava, attraverso un raccoglitore in pietra lavica a becco, dentro le tine scavate nella roccia. Qui un operaio detto mastro di conzo provvedeva a raccogliere l’olio e a versarlo negli otri e da qui nelle giare di terracotta. Le acque di lavorazione si perdevano in una canaletta all’esterno, mentre l’acqua che saliva in superficie dopo la torchiatura si versava in un recipiente detto moria o purgatorio, dove l’olio decantava per separarsi dall’acqua. Il frantoio della Casa Museo era dato in gabella a piccoli imprenditori locali, il gabelloto aveva l’obbligo di frangere gratis le olive del padrone.   

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