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Palazzolo Acreide (Siracusa) fa parte dei Borghi più belli d’Italia e delle 8 Città tardo barocche del Val di Noto, inserite nella prestigiosa World Heritage List UNESCO, la Lista dei siti patrimonio dell’Umanità.
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La città di Palazzolo Acreide: 3000 anni di storia tra Siculi, Greci, Romani, Bizantini, Arabi, Normanni. Barocco e Liberty
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Sito informativo sull'etnoantropologo Antonino Uccello e visita virtuale della Casa-museo di Palazzolo Acreide (SR)
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Sito informativo sull'etnoantropologo Antonino Uccello e visita virtuale della Casa-museo di Palazzolo Acreide (SR)
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Le otto città tardo barocche del Val di Noto inserite nella World Heritage List Unesco

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 Le immagini e i testi si riferiscono alla Casa-museo
prima  della chiusura del 1979

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Le collezioni

Il carretto e i pupi siciliani
Chiavi di carretto

Carretto e pupi siciliani

Dall’ampio Atrio d’ingresso si accede nel locale usato come stalla, fino a quando il livello della strada non venne abbassato. L’acciottolato che costituisce l’attuale pavimento presumibilmente anteriore al terremoto del 1693, è stato messo in luce durante un restauro, e si trovava coperto da un più recente pavimento in lastre quadrate di pietra calcarea. Questo locale accoglie ora pupi, cartelloni del teatro popolare, particolari di carretto in legno e in ferro battuto e giocattoli: manufatti quindi che sono legati da comuni strutture. Pupi e carretto, spettacolo e divertimento gli uni, strumento di lavoro l’altro, sorti quasi contemporaneamente almeno come istituto tecnico-culturale, hanno assolto allo stesso compito di diffusori di nuovi fermenti e idee tra le masse popolari. Anche i giocattoli, d’altronde, riprendono spesso, com’è noto, motivi e ispirazione da utensili, attrezzi, usi e costumi degli adulti, e sono a volte eseguiti con una identica tecnica di lavorazione.
     Sulla parete di fondo è disposto un palco di legno eseguito dal falegname Gianni Malignaggi, su indicazione del puparo don Ignazio Puglisi, il quale ha anche curato la disposizione delle scene, dei pupi e dei cartelloni. Le grandi scene del catanese sono dodici, dipinte a tempera su tela; altre trenta scene sono più piccole e adoperate per teatrini di dimensioni più ridotte.
     I pupi esposti sono in gran parte provenienti dal puparo don Gaspare Canino, che attualmente (1971) opera ad Alcamo, nipote del famoso don Alberto, del quale ci riferì a suo tempo il Pitré. Di don Gaspare si posseggono, assieme a molti quaderni di copioni manoscritti, anche una lettera di don Gaspare Canino, che è una vera e propria pagina autobiografica, che trascrivo integralmente: “ ... io sono nato 28 Maggio 1900, nato a Partinico provincia di Palermo la mia nascita è un romanzo perche mio padre Luigi Canino era in viagio da palermo in Alcamo e non potendo piu andare avanti causa di mia Madre dovette fermarsi a partinico e diede me in luce sù il palcoscenico da mio zio antonino Canino fratello di mio padre che ne stava con il teatrino a partinico la cuale io faccio il mestiere 9 mesi prima di nascere poi sono di vera origine di colui che e sperimentato i pupi Siciliani il signor Canino Alberto fu mio nonno che nel 1830 creo i pupi snodabili e più umani... ”.
     Tra i vari pupi del Canino ricordo il famoso bandito Pasquale Bruno, Carlo Magno, Rinaldo, Angelica, la Fata Alcina, dei diavoli e mostri, un personaggio risorgimentale. Alcuni pupi, tra i quali un Polifemo e un diavolo, sono del palermitano Francesco Paolo Galluzzo. Vi sono anche rappresentati dei pupi catanesi, fra i quali un mostro, il famoso Pulicani, che è stato del puparo Nuzzo Speranza, di Lentini. Vi figurano, inoltre, un centinaio di cartelloni, cioè gli annunzi pubblicitari che solevano reclamizzare lo spettacolo del teatro dei pupi: sono dipinti a tempera su pesanti fogli di carta orientati in senso orizzontale, e riproducono di solito una scena con più personaggi. Ad ogni serata veniva esposto in piazza o nei pressi del teatrino, un cartello corredato di un foglio sul quale veniva scritta a stampatello una didascalia che spiega e riassume le parti più significative che si rappresenteranno nel corso della serata.
     Le collezioni comprendono anche dei cartelloni del palermitano, provenienti dal Canino: rispetto a quelli del catanese, questi cartelloni del palermitano sono più grandi, disposti in senso verticale, dipinti a tempera su tela e divisi in vari riquadri; riportano le scene più salienti della narrazione, e sono uguali a quelli che adottano i cantastorie. Tra i cartelloni del palermitano alcuni rappresentano la storia dei Beati Paoli, di Pia dei Tolomei, del bandito Musolino, della Rotta di Roncisvalle, e sono in parte opera dei più famosi pittori di cartelli, del famoso Francesco Rinaldi e dello Scolimbro.
     Particolare risalto assumono le collezioni relative al carretto e ai ferri battuti. Questo veicolo, com’è noto, sorto agli inizi dell’Ottocento per l’incremento graduale di nuove strade, aveva attratto l’attenzione di viaggiatori e studiosi, e aveva assunto dei caratteri peculiari molto diversi soprattutto nel palermitano e nel catanese.
     I particolari di carretto esposti nella Casa Museo provengono nella quasi totalità dalla Sicilia sud-orientale: Ragusa, Comiso, Vittoria, Lentini, Fioridia, Pachino, Rosolini, ecc. Le parti più appariscenti sono i masciddara, cioè le sponde, sulle quali è solitamente “distribuita” una storia in quattro riquadri: tra i numerosi pezzi esposti cito quelli sulla Cavalleria Rusticana, sulla storia di Santa Genoveffa, che è uno dei soggetti più popolari, su episodi di storia romana (la guerra di Pirro, ad esempio), su Garibaldi, sui Tre Moschettieri e su Cristoforo Colombo. Tra le sponde mobili che chiudono sul retro il carretto, di solito divise in tre riquadri, ne ricordo una con due figure spagnolesche ai lati, mentre al centro campeggia San Giorgio a cavallo che uccide il drago.
     Le parti intagliate in cui lo scultore dà la misura della sua maestria sono la “chiave”, che unisce sul retro le due stanghe, la parte lignea della càscia i fusu, e le “ mensole” che sostengono la cassa del carretto. E’ molto varia la serie di “chiavi” in cui predominano di solito scene di carattere cavalleresco, come si può rilevare dalle didascalie poste a illustrazione nella parte inferiore di alcune “chiavi”: “Ruggiero libera Angelica”, “Leo uccide il Grifo”, “Sfita Orlando e Almondo”, “Pazzia di Orlando” ecc.
     Oltre a questi soggetti vi sono anche rappresentati il carro siciliano, il “carro romano”, l’aquila monocipite, “I mafiusi”, il SS. Cristo di Spaccaforno (l’attuale Ispica).
     Gli stessi soggetti sono in genere raffigurati nell’intaglio della càscia i fusu: questo pezzo, di forma rettangolare, raramente riporta scene di carattere religioso come nel palermitano. Questi pezzi sono anche interessanti sul piano documentario, perché nella parte inferiore sono in genere incisi il nome e il paese del carradore. Tra i pezzi esposti citiamo i seguenti: “Alvares Corrado- Pachino”, “Vincenzo Leggio- Ragusa”,  Barone Biagio- Comiso”, “Ossino Salvatore- Augusta”, “Cartelli- Floridia”. In un pezzo proveniente da Rosolini è incisa la seguente scritta: “Perce mi cuardi cosi palleto” (Perché mi guardi così pallido), con cui si vuole respingere lo sguardo “grasso” dello iettatore, di colorito notoriamente verdastro.
     Solo in un pezzo eseguito dai famosi fratelli D’Agata, di Aci S. Antonio, è raffigurata una natività ad alto rilievo in uno spazio scandito con un ritmo che richiama la severità della scultura romanica.
     Molto suggestive sono le “mensole”, a coppia: pur se poco visibili sotto la cassa dei carro, ai lati della càscia i fusu, dove vengono disposte, sono dipinte e intagliate con mascheroni e angeli. Ma l'intaglio e la pittura arricchiscono molte altre parti del carretto: i raggi, i pilastri e le stanghe.
     La càscia i fusu, oltre alla parte in legno, comprende la decorazione in ferro battuto che s’alza tutt’intorno come una trina: la parte centrale di questa decorazione disposta sull’asse del carretto, nella zona mediana, è detta ben a ragione “fiore”, ai due lati sono disposti altri due motivi ornamentali detti “sospiri”. Questi elementi sono arricchiti con trombettieri, detti “ballerine”, con cavalli, leoni, uccelli, fiori, bandiere, paladini, tutti disposti armonicamente e dipinti a tinte vivaci.
     Di particolare interesse sono le collezioni relative ai ferri battuti, presentati in modo che si possano seguire le fasi della tecnica di lavorazione, e documentano forse in modo esemplare la tipologia del ferro battuto del carro nel ragusano e nel siracusano. Molti dei pezzi esposti sono, infatti, opera dei più prestigiosi fabbri: il comisano Giuseppe Salafia, il giovane Carmelo Vincenti, il maestro Pietro Saletti, di Rosolini.
     Com’è noto, sono i Morti che in Sicilia portano i doni ai bambini il giorno 2 novembre. Nello stesso locale, in un vano a muro e su un vecchio tavolo sono presentati dei giocattoli: sono esposti vecchi pupi per bambini, tipici carrettini di legno, asini e cavallini di cartapesta, che di solito provenivano dal catanese e venivano esposti per la vendita, sopra delle bancarelle, nei giorni che precedevano i Morti.
     Vi sono ancora presentati alcuni esemplari del cosiddetto Ciccupeppi (alla lettera “Francesco Giuseppe”): questa piccola marionetta, spinta da un meccanismo che trasmette il movimento alle braccia, batte i piattini di latta mentre si muove su due rotelle di legno. Vi sono ancora esposti spade e fucili (alcuni eseguiti in canna), bambole, fischietti di latta e di canna, bilancine, un falegname che con una molla nella schiena fa il movimento di segare, una culla in ferro battuto, eseguita dalla bottega Leone, di Palazzolo, i carusièddi, cioè salvadenai di terracotta ancora in uso, un comoncino ottocentesco, ecc. Vi sono vari esemplari di trottole (che in dialetto assumono varie denominazioni: rrùmmulu, tuppiettu, saitta, ecc.), di varie forme e provenienza.
     Vi figurano inoltre alcuni frischitta i crita, zufoli antropomorfi in terracotta,. di fattura caltagironese: tra i personaggi rappresentati vi sono carabinieri, contadini sull’asino, dame, Garibaldi, santi patroni, ciclisti, galli, pesci. Insieme a queste figurine sono anche esposte alcune vecchie formelle di gesso per poterle eseguire, provenienti dalla bottega Romano, che è stata attiva a Caltagirone fino a un decennio fa.   

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FOTOGRAFIE: © Giuseppe Leone e Nino Privitera
TESTI: © Dott. Luigi Lombardo

 
   

 

 

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